SPAZI DI CONFINE
Lettura critica di Sonia Patrizia Catena

La produzione di Irene Habegger (Buenos Aires, 1989) sembra appartenere a un altro tempo - in controtendenza con il paradigma dell'arte contemporanea - sia nell'atto di attenzione verso i suoi soggetti: paesaggi naturali, figure umane e ritratti, sia nella ricerca di un'espressività pittorica che colpisca con la sua materia immaginante. L'artista si misura con la capacità di osservazione della realtà e con l'educazione allo sguardo, un'attitudine ormai rara e superata dal primato della velocità odierna.                                                                                                                                                               
I lavori figurativi sono realistici, ma evidenziano volontariamente la pennellata per amplificare il loro processo esecutivo, distinguendosi così da una mera ricerca formale, per approdare a risultati a volte delicati e sfumati talora intensi e definiti. Non si tratta di riprodurre quello che già esiste ma di far percepire al pubblico una nuova esperienza del mondo, offrendone un volto diverso e sviluppando anzitutto l'aspetto fenomenico della pittura. Le pennellate, la matericità dei colori e la luce sono la sua grammatica visiva, figli di paesaggi informali che - in una dimensione contemporanea - diventano il pretesto stilistico per una ricerca sull'atmosfera mutevole dei luoghi, sugli oggetti e sull'alterazione della percezione visiva. La realtà è sempre ambigua e incerta, non è immutabile e si trasforma in nuovi mondi al cambiare della prospettiva da cui la si osserva.
L'artista si confronta soprattutto con spazi fragili di confine, principio di qualcos'altro, lembi di mondo indecisi e zone grigie fra immaginario e reale (Confini 2022, Hedge 2017). Habegger sembra raffigurare quel "Terzo paesaggio", così definito dall'agronomo, entomologo e paesaggista Gilles Clément, che nel suo Manifesto pone l'attenzione su quelle zone verdi, ai margini delle città, ritenute talvolta inutili perché non produttive e funzionali, ovvero i “luoghi abbandonati dall’uomo”.
Nei paesaggi di Habegger la dialettica luce-ombra produce sensazioni di spazio e atmosfere cangianti laddove la profondità è data da un cupo cromatismo mentre il ritmo dai tratti del pennello e dalle scie d'impasto; il tempo invece è quello del fare pittorico in cui macchie e segni evidenziano la gestazione dell'opera. Le figure del mondo non si costituiscono solo come oggetti in sé, ma emergono dai contrasti e dalle combinazioni spaziali di luci e ombre, dalla stratificazione di forme e colori, dalle densità materiche diverse che ne esprimono la corporeità.
La pittrice argentina cerca di cogliere i cambiamenti cromatici e gli effetti di luce anche sugli oggetti, si pone in ascolto e osserva la realtà molteplice e plurale: le dimensioni, la composizione, la luminosità, arrivando a ridurre sempre più le informazioni e i dettagli dei soggetti dipinti (In the morning light, 2014 - 2016). Habegger ritaglia le cose e i volti dal fondo della vita e li isola, una volta dipinti entrano in uno spazio chiuso, autoreferenziale, contenuti in un'unica visione estetica, laddove tradiscono un'economia dell'insieme per rivendicare attenzione come un'icona. Gli oggetti rappresentati vanno oltre la loro funzione, sono dettagli soprattutto pittorici che esprimono il processo di rappresentazione adottato dalla pittrice. Emblema, altresì, della percezione che vive l'osservatore guardando - attraverso piccole "finestre" - molteplici realtà caratterizzate da lievi variazioni sul tema e punti di vista differenti, una ripetizione nella variazione (Little Windows, 2020 - 2022).
Nei ritratti è il volto umano che diventa "paesaggio" da osservare e ascoltare in silenzio, confine fra il mondo intimo del soggetto rappresentato e il mondo esterno, quello della pittrice. Si compie così uno scambio reciproco, una sorta di tacito patto. Il tratto energico e irrequieto dell'artista delinea innumerevoli volti femminili (Femicidios en Argentina, 2021), una sequenza di donne morte nel 2019 in Argentina. Il disegno diventa la lente di ingrandimento e il faro con cui dare luce e riflettere sulla morte di tutte queste donne, diverse fra loro, ma tutte accumunate dal medesimo infausto destino.     Il disegno, nei ritratti di Habegger, dà così forma e concretezza alla figura umana, diventando strumento di indagine e conoscenza tangibile.
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